l'estate dietro l'orecchio sinistro

E Swante si piantò in quel terreno. Con l'incarico di controllare cosa? Osservava i germogli, intuiva i movimenti delle talpe, vedeva le formiche organizzarsi il loro fato. Pareva tutto normale. Le gemme inumidite di rugiada attingevano il nutrimento necessario. Le carote ancora non erano nate e quello preoccupava. Cosa accidenti impediva loro di cacciar fuori la testolina? Finchè un giorno vide l'omino arrivare con la zappa ed una ghitarra. Certo aveva visto nel tempo vari abbinamenti: falce e martello, martello ed incudine, il pane e le rose, il medio ed il tardo medioevo. Si accorse così che il medioevo era passato anche da lì e forse più nessuno da allora aveva officiato suoni in quel luogo. L'omino appoggiò la zappa a terra e infilando la ghitarra si diresse nell'orto con fare deciso, verso il pezzetto dove aveva seminato le carote e si sedette. Dopo qualche istante estrasse un pezzetto di ferro dalla tasca facendolo cadere a terra per il movimento obbligato. Imperterrito si tirò su e cominciò a sfregare sulle corde vicino al ponte. Il suono che ne uscì era una via di mezzo tra la sigla di un cartone animato e lo spazio astrale. Intonò subito dopo una melodia, che ricordava i canti dei trovatori e certa musica indiana. Swante seguì tutto questo con la curiosità che prepara l'apparizione della forma. L'omino ci provava, aveva compreso che non bastavano una zappa e dei semi a far crescere una carota e che bisognava cercare l'accordo giusto che potesse spingerle ad uscire ed intonarle.

Miracolo! L'omino percepiva ma non sapeva, non comprendeva la tonalità delle carote. A Swante fu subito chiaro il perchè della sua presenza lì. O almeno così gli sembrò. se le carote non volevano o non potevano uscire era perchè qualcosa aveva spezzato i passaggi nello spartito.

Bisognava riaccordare l'orto.

margini obliqui

l'infinito numero dei giri di chiave

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                                                                                               Fotografia di Luciano Montemurro

margini obliqui

AUDIO-VIDEO PUNTATE DEL LIBRO

Il silenzio è il rumore più forte del mondo

 

Il silenzio è il rumore più forte del mondo. E’ talmente devastante che ci annienta, così per eluderne la potenza tendiamo a sommergerlo con altri suoni e rumori.

 

Il silenzio, per sua natura è gentile e discreto, quasi ti-mido. Se non lo cerchi, se non hai il suo numero e il suo indirizzo non si fa trovare.

 

Un esploratore dell’Africa, attraversando il deserto, si accampò per la notte,ma non riusciva a prendere sonno disturbato da un fracasso assordante. Nel deserto? Assor-dante? Il silenzio era talmente denso che la vita di un for-micaio accanto al giaciglio dell’esploratore apparì come un movimento insopportabilmente rumoroso.

 

Certe volte, di notte,..a Sulfur Moa, con la porta aperta, mi sembra di percepire il ritmo della terra,o immagino di sentirne il rumore.

 

Così vorrei trovarmi appena sopra l’atmosfera terrestre e lì piazzare due microfoni: con un enorme megafono, co-adiuvato da diversi interpreti, intimare: “al tre, tutti fer-mi!”

 

E, per un ragionevole lasso di tempo, veder bloccarsi il movimento dei corpi, del ferro, delle onde elettromagne-tiche, il mare solido, i lampi fissi come in una fotografia,i cani come statuine, il vento abbracciato agli alberi e gli a-tomi cristallizzati nell’aria, i vulcani in pausa, il respiro so-speso. Come se tutti diventassimo un enorme orecchio e potessimo finalmente sentire il ritmo della terra e io possa finalmente fissarlo sul mio registratore portatile!